L’università di Waterloo a giugno 2009 aveva pubblicamente dichiarato di aver trovato il modo di far durare le pile dei gadget elettronici 3 volte di più. Attualmente la maggioranza di pile in commercio sono infatti basate sulla tecnologia agli ioni di litio. Ormai però ci rendiamo conto tutti che la durata delle stesse sta rasentando il ridicolo costringendo gli utenti a ricaricare il telefono (un esempio a caso) anche una volta al giorno. Un lustro fa un telefono durava circa 3 giorni senza dipendere dalla mammella del caricabatterie. Oggi iPhone dura fino al primo pomeriggio (se sganciato dalla suddetta mammella elettrica al mattino) se usato in maniera intensiva: è chiaro anche alle capre che ormai la tecnologia delle batterie va rinnovata.
Così, come sempre, dall’università arrivano le idee e dalla città di napoleonica memoria arriva una soluzione: sfruttare una nanostruttura di asticelle in carbonio separate da canali vuoti, riempire gli interstizi con solfato di lito così da massimizzare la superficie di contatto e aumentare l’efficienza della batteria. Tutto questo per avere un prodotto più leggero e triplamente più duraturo.
Stanford non è restata comunque a guardare e con l’uso del solfuro ha creato una variante più simile allo schema di Volta. Separare anodo e catodo sfruttando sempre una nanostruttura, ma a base siliconica, per permettere un’aumento della capacità fino all’80%. Il problema per ora è il limitato numero di cicli di ricarica che se per una batteria Li-ion oscilla tra 300 e 500 prima di un degrado qualitativo, per una di queste si attesta sui 50.
Io mi accontenterei di avere i soltati di litio nel mio telefono…




